30 gennaio 2010

Virus

Corro.
Nella fitta oscurità della boscaglia, attraverso i coni d’ombra dipinti sul terriccio bagnato, oltre la densa nebbia, umida e grigia, con i piedi che scalciano nervosi, battono veloci sul fango, nella palta schifosa e molliccia.
Corro.
Sudore, muscoli, dolore.
Corro e penso alle parole violenza, immaginazione, rabbia, unione, sensibilità.
Penso ai canali satellitari, ai programmi televisivi idioti, ai quotidiani spiaccicati nelle edicole e alle pagine piene zeppe di inchiostro. Penso ai caratteri, alle parole che si incastrano, ai giornalisti esperti nell’arte della mediocrità, costretti al servilismo verso la propria testata editoriale, votati al bisogno della menzogna, delle mezza verità.
Penso al consumismo, alle dietrologie, agli indirizzi politici, ai telegiornali sbagliati, alle notizie costruite su misura per il pubblico.
Per la massa.
Per il gregge.

Dipingilo di nero


I colori dell'arcobaleno che si staglia lungo i bordi dell'autostrada semivuota sono di una tonalità diversa dal solito. Non sono bei colori, a dire il vero. Le sfumature sono di un giallognolo cupo, malefico, infetto. Quella che solitamente rappresenta una delle meraviglie più soprendenti del creato, oggi non é altro che una caricatura oscura di sé stessa. Sembra il concepimento di un'esplosione di detriti e rifiuti tossici. Sembra il sorriso di un demone, i denti atomici di un fungo nucleare stampati in un sorriso luciferino. Non penso a nulla mentre lo osservo con sguardo vacuo, gli occhi socchiusi che vacillano per la stanchezza e il troppo fumo dei gas di scarico inalati inconsapevolmente. La prima cosa che mi viene in mente é il testo di una vecchia canzone che ci obbligavano a cantare alle elementari e la copertina di un disco dei Pink Floyd. Non so neanche il perché. Forse Dio é come quell'arcobaleno, dipinto in cielo senza un senso logico. Assolutamente imperfetto. Come me. Perennemente abbozzato dentro un cerchio storto, in equilibrio precario, l'opposto dell'Uomo Vitruviano. Le misure completamente sballate, le tette giganti stracolme di odio e follia allo stato puro. Forse é una donna. Una donna con le mutande alla rovescia come la vittima di un omicidio sessuale, una cicatrice rovente che si allunga fin sopra il sopracciglio dilaniato dal Big Bang. O forse non dovrei perdermi in strani ragionamenti teologici e sarebbe meglio per tutti se continuassi a tracannare la Redbull appoggiata di sbieco alla manopola del cambio. Non guido io. Chi pilota questo cesso di macchina é un mio amico, un tizio vestito in nero. Una specie di becchino o di astronauta antico. Uno di quelli con la proboscide da elefante che si trovano in India o negli antichi geroglifici egizi. Ho una statua in casa che lo raffigura. Ganesha. Non so neppure se si chiama così. Una sorta di divinità, di simulacro enigmatico con un topo o un ratto perennemente fra le palle. Figura sporca di simboli, di significati e dietrologie arcaiche che non conosco. Sono troppo ignorante e svogliato per seguire la lettura costante di libri esoterici che mi illuminino almeno un poco su cosa cazzo ho piazzato in camera da letto. Solo il teschio sulla scrivania e la scimmia dotata di tomi biblici e compasso sembrano considerarmi. Quando ascolto quella ballata significativa degli anni Sessanta paiono assumere vita, sembrano esibirsi una danza macabra sorridendo al dio drogato che ha vomitato lungo la carreggiata quell'arcobaleno urbano. E se sono anche un po' fottuto dalle superpotenze, non é difficile distinguere le sillabe del loro consiglio sibillino. Dipingilo di nero, mi dicono. Dipingilo soltanto di nero.

Scorpioni

Non ci sono angeli nel nostro territorio, solo zolle di erba sfatta popolate da scorpioni cresciuti dentro teche di vetro resina. Non ci sono albe intramontabili e unicorni d'argilla nei nostri cuori, solo catene d'argento e orecchini dimenticati su tavoli apparecchiati a metà. Non abbiamo la pazienza di attendere i cadaveri dei nostri nemici trascinati dalla corrente, possiamo semplicemente assaporare il gusto acre del sangue che scorre lungo le rive del fiume di cristallo. Non ci sono cavalli dorati, prismi di metallo o giovani donne curate e affascinanti nel nostro mondo. Non abbiamo la paura che ci trafigge a ogni passo, i coltelli a serramanico e il vento che ci scompiglia i capelli. Non sappiamo nulla che non sia già stato scoperto o scritto. Non abbiamo fantasie o sogni inquieti a ossessionare le nostre giornate, solo bicchieri tagliati sul bordo e piccole fate boschive con le ali imputate che giacciono inermi sul fondo. Non abbiamo mai vissuto il disonore, la viltà, l'inadeguatezza, la codardia. Non abbiamo mai combattuto per un ideale, non siamo mai morti per un'idea se non negli stadi lastricati di cemento fuso in cui siamo nati. Siamo uomini acerbi, i nostri dèi sono alcool, denaro e case di piacere. I nostri padroni i dadi che schioccano come dervisci lancinati da danze astruse e inafferrabili. La parola é il solo fucile che imbracciamo, il silenzio un pugnale da cucina raso e affilato. Le cosce di panna delle ragazze che ci stringono tra le braccia fanno male, sono chele indistruttibili, pungiglioni acuminati e velenosi. Sono scorpioni reali, ci aggirano con lo sguardo prima di seccarci sotto il portone di casa. Non siamo serpenti, né manguste. Non siamo principi, né briganti. Non siamo poeti né chitarristi di rockband fallite che pregano per un quartino di brown sparato in vena. Ascoltiamo Leonard Cohen senza parlare, una luna di carta vetrata sopra le nostre teste cicatrizzate. Non abbiamo cerotti o unguenti, né tisane o pozioni bollenti a guarire le ferite. Possiamo solo unire, con l'ago infetto, i punti vodoo che si stagliano per tutto il corpo. Siamo morti, solo che ancora non lo sappiamo. Siamo scorpioni che si crogiolano nel deserto, in attesa che crolli la pietra che ci ripara dal sole. In attesa dell'ultimo colpo di coda malato.

Un uomo da marciapiede

Gianna Nannini urla sensuale dai woofer piazzati sul terrazzino, mentre mi rado con cura mimando accenni di balletto sadomaso. Anca avanti, anca indietro, colpo di frusta, gioco di lingua contro lo specchio. Oh, yesss. Perdo il controllo per qualche istante, la mano scivola dove non dovrebbe. La schiuma da barba ricopre per metà il mio volto arrossato, premo forte con la lametta fino a scavare nella guancia un taglietto infido e bastardo. Tampono con acqua bollente e cotone, voglio che rimanga il segno. "Sangue caldo, profumo da sballo, medaglione sotto la t-shirt". Stasera devo andare oltre, perdere il controllo con stile. Applico un cerotto bianco sul naso, in questo modo potrei benissimo assomigliare a Jack Nicholson in Chinatown. Mi pettino svogliato, i ciuffi neri svolazzano quà e là senza un senso logico, disordinati come piccole stelle filanti sparate nel cielo di ottobre. Indosso un dolcevita scuro sopra pantaloni di velluto blu. Il contante arrotolato nelle scarpe nere lucide, braccialetti etnici e anelli argentati, due pacchetti di marlboro nella tasca interna del cappotto lottano con una bottiglietta di vodka invisibile. "Marlon Brando, questioni di tango, metti in vendita il tuo sex appeal". Chiavi in mano, sono pronto per l'impero dei sensi. Guido sbandando a ritmo di ska sensuale, sorrido a due puttane che mi guardano fermo a un semaforo. Mando un bacio a entrambe le professioniste, mentre schiodo con entrambe le ruote posteriori fumanti incollate all'asfalto duro e freddo. "Ogni volta cambi stile, cambi dieta, cambi cambi cambi cambi cambi cambi parole." Parcheggio in due manovre nello spiazzo dominato da Station Wagon, Terrano, Audi e un paio di Hummer a dir poco enormi. Non uno, cazzo, due. Gemelli. Entro nel locale popolato da vallette e amministratori delegati con un'ora di ritardo rispetto alla tabella di marcia. Il compleanno di Miss Insubria duemilatré é iniziato da un pezzo e sono tutti straordinariamente loquaci, allegri e disponibili. I divanetti strabordano di borsette, pacchi regalo, giacchette pelose e profumate. Saluto tutti, rispondo a un baio di battute sarcastiche e inizio a muovere le pedine nel mio personalissimo filmino hard. Stappo bottiglie, verso prosecchi a manine affusolate e unghie laccate, calibro la voce in un preludio di oscenità e frasi a effetto. "Sigarette fumate di fretta, gli occhi frugano nei decolletè, vedi Ornella muta, muta che si cuce la bocca per te". Ci sono tutte le più appettibili passere del nucleo universitario, qualcuna addirittura contattata da Ricci in persona per proposte affini a: sesso, droga, festini calcistici e, last but not least, femmina oggetto a Striscia. Il mio mondo sta prendendo forma. Anfetamine e rum cooler, sprigiono sesso da tutti i pori. Un tizio dichiaratamente omosessuale si appoggia di continuo alla mia coscia, io alzo il sopracciglio facendogli l'occhiolino. Sono re mida, posso fare qualunque cosa. Basta che schiocco le dita e un cameriere coi guanti bianchi e il riporto ordinato si inchina al mio cospetto. Basta che dico una parola, una sola, e la divetta quà coi denti sporgenti mi concederebbe le sue grazie. Ma non stasera. Stasera é un gioco, una rotazione triennale di vizi e sballi edipici. Voglio sentirmi adulato, viziato, adorato. "Mentre tu stai cambiando macchina, cambiando mo-mo-mo-to-re. Latin lover. Latin lover." Scolo drink a ripetizione, offro giri ma non pago, porgo calici sottili di liquore alla signorina con lo spacco vertiginoso che mi guarda il taglio sulla guancia. Calcolato, baby, calcolato. Cosa credi, che non abbia pensato a tutto? Ma questo non glielo dico, mi limito ad avvicinare sempre di più le mie labbra al suo orecchino fino a rimuovere ogni distanza tra i suoi pensieri e le mie parole. Un brivido animale. Non ci vuole un granché ad apparire sensuale, caotico, prezioso. "Bere forte, mischiare le carte, far vedere quello che non c'é". È lei adesso che mi guida, scorre i polpastrelli agili sotto i vestiti, artiglia il collo coi denti bianchi e assassini mentre il vetro dell' Audi si appanna immancabilmente al contatto col mio respiro. È lei che comanda quì, questo é il suo territorio. "Fai l'amore allo specchio di notte col suo neeeegligé, ogni volta cambi stile, cambi faccia, cambi, cambi, cambi cambi cambi cambi emozione. Latin lover, latin lover." O almeno, questo é quello che le voglio far credere.

Wild horses

Una ballata dolce, lenta, romantica. Non posso fare a meno di sorriderle, accarezzarle una guancia col dorso freddo della mano. La tv é accesa su un canale qualsiasi, un giornalista parla in catalano spiegando i motivi dell'attentato a Madrid. Non smettiamo di fissarci, non distogliamo lo sguardo neanche per un attimo. Il divano-letto é troppo piccolo, la coperta troppo corta e i nostri corpi ancora troppo distanti nonostante siano aderenti, caldi, evanescenti. L'orologio in sala ticchetta lento, Jagger ci rende ancora più vicini se possibile. Wild Horses tocca le corde più profonde dell'amore, penso, mentre la bacio lento. Non pioverà, mi dico. Nel pomeriggio, no, non pioverà. Due semplici parole sussurrate nella luce soffusa dell'alba, due cuori che battono all'unisono senza smettere di sanguinare detriti di asteroidi precipitati in giardino. Accendo la meravigliosa per concentrarmi sulla fiamma, sui polmoni che respirano gasolio, paura, silenzi, felicità inattese. Ascolto i battiti senza pensare a nulla, guardo il fumo della sigaretta spandersi davanti a me, offuscarle per un attimo i capelli ramati. Sento cavalli selvaggi galoppare a perdifiato lungo gli sterrati dello spirito, senza zoccoli o redini. Solo la furia cieca di chi ama e non pretende nulla in cambio. Solo il gocciolare tetro delle lacrime di giada e le grondaie piene d'acqua che strabordano senza pietà. Non pioverà, mi dico. Non stavolta.

Devastation control club

Supervisioni di demoni dall'abisso. Prendi la lametta sottile, radi con cura il petto dopo averci spalmato sopra della schiuma da barba. Premi con foga, hai fretta di uscire dalla tana di Lou Reed e co. Schiacci troppo, ti fai male. Sanguini. Il sangue sgorga da una ferita aperta sotto il capezzolo. Ti tagli anche il capezzolo. Supervisioni di scarafaggi infetti al riparo dentro una zona d'ombra in giardino. Gli occhiali da sole sono storti, le stanghette ripiegate su se stesse. Hai la maglietta bianca della Fruit of the loom stropicciata, indossata alla rovescia. Il sangue filtra attraverso il tessuto, imporpora il candido tipico della polo portata male. Supervisioni di un Cristo rockabilly, chitarra e coltello a serramanico traffiti nel costato disintegro. Strappi due pagine di un libro ebreo, le infili nella tasca sdrucita della giacchetta primaverile. I lacci delle scarpe eleganti sono troppo lunghi, seguitano a fuoriuscire dal tacco. Inciampi mentre corri. Supervisioni di un maratoneta, la staffetta persa a metà strada mentre un meteorite esplode impazzito sulla carreggiata piena zeppa di utilitarie. Lavoratori del cazzo, pensi. Umiltà zero, ti dici. Il sangue continua a sgorgare, nessun fazzoletto o cerotto a tamponare la ferita. Del resto il corpo é solo un involucro, qual é il senso di morire senza cicatrici? Supervisioni di una mandria di zombie incazzati neri, portano una padella e una friggitrice a tracolla. Hanno fame. Superi in rettilineo un alveare di mamme con passeggini e giovani pargoli aspiranti serial killer e latin lover da balera. Ti chiedi se in effetti il tuo uomo sia dove deve essere, l'erba buona già pronta preconfezionata per te. Il portafoglio rovinato gremito di banconote da spendere, il ciondolo guerriero portafortuna che svolazza controvento. Supervisioni di un branco di gnu e giovani reclute sioux a caccia di immortalità lungo le distese fatiscenti del Missouri. Morirai, ma non oggi. Del resto é pur sempre una splendida giornata di sole.

28 gennaio 2010

La terra dei tori

Non saprei in che altro modo spiegarlo, ma a Madrid l’aria che si respira è terrena.
Non leggera, evanescente, impalbabile.
Terrena.
Nell’aria di Madrid si respira l’uomo. Il lavoro. Il sudore. Il cibo. Il sesso. Il calore della Spagna e dei suoi paesaggi.
E i bar.
I bar sono a ogni angolo. Così appena sbarcati all’aeroporto ci fiondiamo diretti al Museo del Jamón. Entri e vedi prosciutti ovunque. Pareti intere. E pensi: “Dovrebbero aprirne uno anche sotto casa mia”.
Ordiniamo un piatto di salumi vari e un altro di formaggi. Poi passiamo ai bocadillos, i panini. Mangiamo con gusto, ci dissettiamo con le canas, che da ora in avanti ci accompagneranno per tutti i quattro giorni.